L’amico di tastiera con benefit.

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Ciao mio carissimo raccoglitore emozionale. Si è tanto che manco ormai sono sempre più social che mai. Cosa raccontarti?

Bé quest’oggi voglio parlarti dello strano mondo di Twitter, ma non propriamente di esso in se ma di belle persone che si possono incontrare (sempre se questo è il termine che voglio utilizzare anche per una persona con cui non ci s’è visti di persona.)

Oggi voglio parlare del mio amico di DM il Pupotto anche perché gliel’ho promesso.

Io è il Pupotto abbiamo iniziato a conversare e da subito s’è mostrato leggermente lumacone, naturalmente era una bella sceneggiata dietro a quelle battute fortemente da maschio vissuto si nascondeva un ragazzo dall’animo delicato.

Naturalmente mi è bastato poco capire che in lui ci sono due entità distinte; l’uomo che si vuole lasciare alle spalle il fanciullo che è stato, dimostrando di essere cresciuto quasi a voler far credere che lui sia in grado di camminare con i propri piedi (che tra l’altro sono piccoli per la sua stazza).

Poi c’è il fanciullo, un fanciullo che è stato costretto a indossare una corazza cercando di proteggersi dai soprusi della vita.

Ma queste sono mie congetture e il fatto che sia una donna estremamente empatica non mi autorizza a parlare a nome d’altri.

Posso solo dire caro diario che con lui ho parlato come quando si parla con se stessi allo specchio, senza maschere e filtri e non mi riferisco a quelli di instagram.

Ci siamo promessi di coltivare questa amicizia io spero sia così… Ma solo vivendo sapremo come andrà a finire.

Per il momento solo con la promessa di ritrovarci nella prossima vita e amarci.

Passo e chiudo prima che il caldo mi disidrati.

“Buffy l’ammazzarazzisti”

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Ciao mio caro amico sono tornata, sì con tanto veleno e un fegato gonfio come una zampogna. Sono sempre bloccata qui in questa città fatta di odio, rancori e cattiverie. Se fossi un telefilm sarei Buffy l’ammazza vampiri e Bari Sunnydale, la bocca dell’inferno.

Quest’oggi voglio parlare del razzismo che vive nella città e del fatto che la gente riesce a dire ad alta voce le cose più oscene senza sentirsi a disagio. Ma cazzo solo a me hanno insegnato i catechisti cos’è un esame di coscienza? Un trentenne può tranquillamente parlare ad alta voce di razza ariana, chiamare la comunità cinese “musi gialli” o “vietcong” e l’esercente di un negozio non l’invita a non fare discorsi del genere nel proprio locale.

Solo qui a Bari ho sentito l’espressione “sporchi negri”, sia all’interno di un esercizio commerciale che al di fuori. Sporchi negri, i negri portano le malattie, mio caro contenitore dei miei urli di Munch sono cresciuta in una villaggio di cinquanta mila anime fasciste e non ho mai sentito mai nessuno esprimersi in questo modo. Io credo che la stragrande maggioranza degli italiani sia fondamentalmente razzista, un po’ per la cultura e un po’ per quell’ignoranza culturale tramandata. Ma qui si va bel oltre al commento razzista, qui si inneggia all’odio.

Credo che in altre città il titolare dell’esercizio pubblico avrebbe quantomeno detto al suddetto cliente “qui questi discorsi non li fai” anche solo perché altri clienti si sarebbero potuti turbare al punto tale da scegliere unaltro negozio. Tornando a noi, il razzista palestrato che fa uso di ogni genere di ormone pur di apparire, mi ha minacciato di percosse, solo perché la sua amorosa si era offesa perché razzista come lui s’era risentita per il commento sui suoi capelli: “Il tuo è un biondo albanese”. Andando via ho detto all’amica proprietaria del negozio che avrei evitato di passare da lei. La sua risposta è stata “ma fregatene fai finta che non esistono”.

Sono stata cresciuta da fascisti di merda ma il comune senso del pudore lo conosco, quindi preferisco intrattenermi in strada da sola che perdere il mio tempo con persone così. Ma quello che a me lascia l’amaro in bocca è l’amica che forse così amica non è. Capisco i profitti, posso capire che non si vuole perdere un cliente ma d’altro canto è un mio diritto a questo punto decidere dove spendere i miei soldi.

Caro Bloggi per oggi è tutto, al prossimo disagio.

Twitter For Men

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Twitter for men…

Sono qui oggi mio caro Bloggi perché voglio parlarti del meraviglioso mondo di Twitter.

Sono sempre stata una grande sostenitrice dei social, la gente può raccontare e raccontarsi o addirittura confrontarsi. Macché ! Sono la solita imbecille. Twitter sarebbe dovuto essere il luogo dove secondo il mio cervello bacato, chi mi avrebbe letto avrebbe esclamato: cacchio qualcuno dice la sua! Invece no, la gente mi riempie di complimenti (sei fantastica, ho letto la tua storia mi sono emozionato, ecc ecc.)

Ma in realtà nella loro testa, balena il fantasma del trans. Forse la fantasia di un trans con un grosso cazzo che li sodomizzi facendoli sanguinare dal culo. Tutti a dire che belle tette ma forse hanno voglia di un grosso cazzo da abbracciare e succhiare.

Caro Bloggi questi sono i maschi italiani quelli che non riuscirebbero a riconoscere l’essenza di una vera donna nemmeno se gli infilassi una torcia accesa nel culo. Oggi questo articolo sarà così, pieno di parolacce perché la misura è colma e non riesco a calmarmi facendo la donnina anni 50. Poi ci sono quelli che ti seguono, per “fortuna” sono quelli che dimostrano un disinteresse sessuale e pensi: okay è colto, spiritoso e non è un pervertito. Altro errore, si mostrano gentili ma non perdono l’occasione di farti fare la figura della stupida, si! Perché il trans ha un cervello programmato in una versione di prova dove non ha pagato per il pacchetto completo, quindi inferiore intellettualmente.

Altro grosso neo: la misoginia, gif di donne che vengono scopate come se la donna fosse solo un buco, anzi tre, allucinante il fatto che chi posta queste gif sono piccoli omuncoli con piccoli e puzzolenti cazzi che non darebbero piacere nemmeno se si lanciassero dal secondo piano in direzione fica. Quindi le donne brutte o poco attraenti non piacciono e offese da questi “uomini” che possono far sesso solo pagando una che finga che siano uomini dotati di attributi. Tra i peggiori ci sono i romani, tanto simpatici, all’apparenza indossano maschere come in un carnevale ma sono soltanto sessisti e misogini.

Una donna non può dire che gli piace il cazzo grosso perché arrivano commenti di chi ti scrive (le dimensioni non contano, ci sono altri modi per dare piacere, tipo la lingua) Be’ mio caro,supponendo che potresti fare pompini a dei nigeriani dal cazzo grosso mi dici perché dovrei toccare quella tua lingua di merda.? Siete orribili persone, con orribili cazzetti puzzolenti andate in chiesa invece di tormentare le maggiorate su Twiter.

Passo e chiudo

Il Trans.

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IL “TRANZ”

Ciao carissimo Bloggi, che te lo dico a fare?! Ormai “TRANS” è un marchio, quasi un terzo genere. Forse lo diventerà.

Io sono all’antica, per me esistono maschi e femmine anche se non lo sono biologicamente. Che tristezza se penso alle botte prese in casa perché non ero il figlio maschio desiderato, al bullismo a scuola, alle risatine dei miei compagni e alle offese ricevute per strada.

Trans per me è un’offesa, è un modo per dire che non sei donna. Mi incazzo e sono qui a scrivere il mio malcontento soprattutto perché Cristian sarebbe stato un bambino mediamente felice se non fosse stata Cristina. Non si sarebbe prostituita per sopravvivere in strada quando ha lasciato tutto. Avrebbe avuto il sostegno della sua famiglia e probabilmente sarebbe un omofobo convinto e praticante. Vogliamo parlare di come si vive la sessualità quando si ha una parte del corpo che ti ricorda di non essere nata femmina? Del sesso al buio temendo che lui venga a letto con te perché attratto da quel vermicello? Oppure del negare al tuo lui uno sguardo nei momenti di intimità per paura di essere giudicata per un piacere che non dovrebbe provare?

La disforia di genere ti porta a essere una persona infelice perché vuoi amare o come un maschio o come una femmina e non come un miscuglio di generi tuttofare. Ce ne sono tanti probabilmente, anzi forse sono proprio loro le persone che in primis si fanno chiamare Trans e si identificano come terzo genere. In tv si intervistano transgender brasiliani che raccontano con leggerezza e con il sorriso sulle labbra che usano il loro attrezzo con i clienti vantandosi delle misure. Buon per loro, ma io non sono loro! Non sono migliore, sono semplicemente diversa. Tanti incominciano la carriera come Drag queen per poi passare al Transgender e scoprire a cinquant’anni di essere donna. Io ho sempre saputo chi fossi, le mie sembianze femminili hanno forse aiutato il percorso di elaborazione ma mi sono sempre sentita una donna. Ho un carattere forte, dico parolacce e sono stronza come un maschio. Quando amo però, amo e desidero come Cristina.

Amen.

LA STRONZA OMOFOBA le origini

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IMG_0732 (2)-Edited 44La stronza omofoba nacque in un lontano venerdì del 1977, precisamente il diciannove agosto alle 15:40.

La stronza omofoba non sapeva che la sua nascita avrebbe fatto ammalare sua madre, portandola alla morte un anno dopo. La morte di una madre è una tragedia per ogni figlio ma fortunatamente Cristian, questo il suo nome, era troppo piccolo per ricordarla.

Crebbe per un breve periodo con la nonna e il suo bellissimo zio, all’epoca diciassettenne, (forse i giorni più felici della sua infanzia) finché un giorno suo “padre” lo portò via trenta chilometri distante in un altro paese, in una nuova casa.

Di quei primi due anni lui non ricorda nulla.

Il primo ricordo vivido è quello di una “mamma” (la nuova matrigna) ostile, dai sentimenti ambigui, fin quando un giorno la donna tornò a casa con una bambina: sua figlia.

Lì le cose incominciarono a peggiorare.

Passarono degli anni prima che dicessero a Cristian che quella donna non era la sua vera madre ma lui nel suo cuore lo sospettava da sempre. Il suo cuore gli diceva di diffidare e di aver paura di quel padre così violento e irascibile. Per fortuna, il destino gli aveva lanciato un salvagente… non mi soffermo su questa parte della storia tanto conoscete già la storia del Rasta-Man (https://tragenereerealta.wordpress.com/2015/03/16/il-rastaman/).

Cristian non ha mai avuto tanti amici, gli veniva impedito di socializzare e stringere amicizie con altri bambini per paura che raccontasse quello che succedeva in casa e parlasse di quei lividi e di come se li fosse procurati. Solo la mamma del Rasta-Man era particolarmente socievole con lui, lo faceva con l’intento di vigilare, utilizzando anche il figlio se era necessario, cercando di rendere casa loro un luogo sereno dove trascorrere i pomeriggi. Il tempo passava lento e inesorabile, tanto da ritrovarsi gli anni delle scuole elementari alle spalle. La scuola media e i suoi lineamenti femminili crearono parecchi problemi alla Stronza Omofoba (nome d’arte di Cristian). Quelli sono gli anni in cui le femmine e i maschi incominciano a svilupparsi sessualmente: come al solito anche in quell’occasione Cristian era fuori posto. Era fisicamente più piccolo rispetto ai compagni di classe; la pubertà aspettò a bussare alla sua porta fino alla terza media quando iniziò a trasformarsi ma non come si sarebbe aspettato. Incominciò a notare un particolare interesse nei suoi confronti da parte dei bulli della scuola e notava Giuseppe, l’amico di sempre, diventare sempre più distante e schivo. Ci impiegò anni a capire cosa stava succedendo perché un conto è sentirsi donna e tutt’altra cosa era svilupparsi come tale. Mentre si preparava per gli esami di terza media, trascorreva sempre più tempo da solo a casa, la stessa casa di quella famiglia che lo disprezzava, soffrendo per il “tradimento” del suo amico. Avrebbe voluto frequentare il Liceo Artistico, visto il talento innato per il disegno e l’arte in genere. Ma no! Il padre aveva scelto per lui Ragioneria quindi decise di interrompere gli studi per paura di essere bocciato, vessato e denigrato ulteriormente.

Nel frattempo il padre fu cacciato di casa perché aveva una relazione extraconiugale e spedì Cristian dallo zio, il fratello della prima moglie, (naturalmente comodo in quella situazione) prendendosi così tutto il tempo di risistemarsi in un casolare in campagna di proprietà dell’amante. In seguito, il padre di Cristian cercò di inserirlo in alcune macellerie ma il senso innato del bello prevalse e quindi incominciò a lavorare in una piccola sartoria appassionandosi alle creazioni di capi. Quindi, spinto da sua zia, la sorella di suo padre (quello biologico) lavorò e frequentò corsi di sartoria e modellismo, mente il Rasta-Man continuava con il liceo artistico.

Cristian nel frattempo era diventato una bellissima fanciulla ma lo studio e il lavoro lo distraevano dal sesso e dai maschi in genere.

Giuseppe, ogni volta che lo incrociava, abbassava la testa e proseguiva per la sua strada: Cristian non sapeva che il coglione si struggeva di amore fin quando una sera lui lo seguì e lo bloccò nei vicoli della città vecchia facendogli prendere un coccolone. Si dichiarò scoppiando in lacrime e confessandogli che l’aveva sempre amato ma temeva il giudizio degli altri.

Cristian ricominciò a frequentarlo con molta cautela, dicendogli che non era interessato al genere maschile e che non avrebbe fatto sesso, soprattutto con lui: in realtà Cristian rivoleva il suo amico e anche lui rivoleva il suo Cristian. In un paio di occasioni si sono trovati vicino alla loro prima volta ma la paura di sbagliare qualcosa e sciupare tutto prendeva il sopravvento. I due non potevano chiedere a nessuno come “consumare” qualcosa che anatomicamente è un po’ difficile da comprendere a pieno per degli adolescenti del periodo storico.

Giuseppe incominciò a “sperimentare” con le compagne di scuola mentre Cristian, l’estate successiva, avrebbe incontrato il suo “principe azzurro” (il cugino). Lui sì che non si sarebbe fatto problemi e con il suo intuito avrebbe “montato il pezzo nel verso giusto” (scusate la metafora).

Per fortuna e per paura di essere giudicata una Zoccola dal bell’algerino (il principe azzurro), Cristian si inibì a ogni forma di “smutandamento”.

Trascorse una bella estate nonostante lo “psicopatico” (il principe azzurro) lo corteggiasse a tratti: ogni tanto lui la guardava come se la volesse prendere a ceffoni mentre in altri momenti le regalava fiori di papavero facendo il cascamorto davanti all’intera famiglia. Naturalmente il “principe azzurro” non aveva un’etichetta con su scritto “fragile maneggiare con cautela” o “attenzione altamente infiammabile”.

Per inciso: se uscite con un maschio acquario, fate un corso di sopravvivenza o più di uno; se è del settantasette e algerino, questi sono altamente infiammabili ed esplodono come bombe atomiche. Cristian tornò a casa con le farfalle nello stomaco o forse era una gastroenterite, mentre Devil-Man (il principe azzurro di cui sopra) studiava un modo per venire in Italia e, come dicono gli americani, arrivare al Shortspot con la bella cugina.

La vita riprese nel tran-tran di tutti giorni: Cristian evitò di raccontare a Giuseppe dei sentimenti e delle pulsioni che aveva provato nei confronti del bell’algerino/lo psicopatico altalenate, un po’ per vergogna e anche perché sapeva che l’amico ne avrebbe sofferto.

Le cose a casa non miglioravano anzi erano peggiorate tanto che ormai Cristian ci stava il meno possibile pur di non sopportare il padre e la sua donna.

Cristian, appena maggiorenne, prese la patente e incominciò a guidare la macchina quindi, la sera a una certa ora, usciva e andava a prendere il suo unico amico. Trascorrevano gran parte della notte insieme, abbracciati, raccontandosi la giornata e di cosa avrebbero dovuto fare il giorno dopo. Loro così vicini, tanto da far sentire a Cristian il battito accelerato di Giuseppe, mentre lui gli annusava i capelli. I loro corpi… talmente stretti che, alla fin dei conti, se lui avesse osato, Cristian gli avrebbe regalato il suo primo orgasmo.

Dopo alcuni mesi, Giuseppe partì per il servizio di leva mentre Cristian avrebbe scoperto il detto “i parenti sono come le scarpe, più sono stretti e più fanno male” andando via di casa e lasciando tutto quello che era stato certo fino a quell’istante.

Giuseppe partì per il servizio di leva mentre Cristian, ormai Cristina, rimase a casa.

Vessata e umiliata dalla matrigna, cercò di stringere i denti ma inutilmente. Nel novembre di quell’anno ebbe una fortissima discussione con la sua famiglia e così decise di andare via dal borgo dove era cresciuta con un pugno di monete e banconote in tasca e senza una destinazione. Fu allora che scoprì realmente per la prima volta cosa significava essere traditi. Chiamò da una cabina telefonica il suo amatissimo zio che inaspettatamente gli disse che la avrebbe ospitata per quella notte, ma che dal giorno dopo si sarebbe dovuta arrangiare. Lei rispose (senza far trasparire nessun tipo di emozione) che non voleva recare disturbo e che si sarebbe arrangiata da quella stessa notte, poi riattaccò. Chiamò la nonna che certamente l’avrebbe ospitata ma temendo una reazione aggressiva del figlio rassicurò la nonna e la salutò.

Quella notte vagò tra le strade della città in cui era nata senza una meta, circondandosi di silenzio e di un cielo buio senza luna.

Era troppo giovane ed impulsiva per star lì a rimuginare sul tradimento dello zio e cercò di trovare una soluzione, Giuseppe non era raggiungibile e non gli era rimasto nessuno che la consigliasse sul da-farsi.

I soldi erano finiti e testarda com’era si era rifiutata di ritirare la sua ultima paga (pur di non sentirsi giudicata e sgridata).

Una notte, mentre passeggiava, un tizio in 500 le si avvicinò e le chiese quanto prendesse.

Quasi giustificandosi, Cristina raccontò allo sconosciuto che era andata via di casa da meno di una settimana ma non sapeva dove andare e che quindi non era lì per prostituirsi (lui sapeva bene chi era, era stato mandato dalla zia preoccupata delle sorti della nipote).

Lo sconosciuto era grande, così maturo, pacato e gentile che Cristina si fidò e salì in macchina, pensando: fanculo se dovrà essere così la mia prima volta chi se ne frega.

Spaventatissima e imbarazzata, temendo che l’uomo la toccasse o peggio si spogliasse,rimase in silenzio quasi tutto il tempo, non rendendosi conto che lui era lì solo per tenerla al sicuro. Si fece giorno e lui doveva andare via, le lasciò due schede telefoniche legate da un elastico dicendole di chiamare lui o la famiglia per qualsiasi cosa.

Scendendo dalla macchina si domandò l’assurdo motivo per il quale le schede fossero unite da un elastico, salutò l’uomo da quel grande sorriso e dagli occhi buoni e lo vide allontanarsi. Incuriosita tolse l’elastico e con grande sorpresa trovò due banconote da 50.000 lire.

Sicura di non voler tornare a casa, si fermò a pensare su cosa fare della sua vita, ma sapeva che la prostituzione ahimè era la via più facile. Una sera fermò con molta gentilezza e garbo (tanto da lasciarle di stucco) due prostitute del luogo, raccontò di sé e chiese loro come si sarebbe dovuta comportare se avesse voluto fare un paio di marchette. Le due donne, vedendo l’ingenuità e l’inesperienza di Cristina, le infilarono in tasca 5 profilattici dicendole di avere solo prestazioni orali, di non baciare nessuno in bocca e che le cose “strane” se le sarebbe dovute far pagare il triplo. Furono le fate madrine della sua prima marchetta.

Con i soldi che gli aveva dato Dhaddi (lo sconosciuto) comprò della biancheria intima, un paio di vestiti e dei trucchi per iniziare ad investire nella nuova attività di pubbliche relazioni. Nel frattempo riuscì a trovare un monolocale a poco prezzo.

Rincontrò solo dopo un paio di mesi Dhaddi, il quale credeva che lei fosse tornata a casa. L’uomo, colpito da loro primo incontro, la avvicinò diverse volte pagando per delle prestazioni che non consumava, parlavano tanto e di tutto, tranne di chi lui fosse in realtà, forse imbarazzato dalla situazione.

Cristina, affascinata da quel bellissimo uomo, cercava di non parlare con lui dei suoi impegni lavorativi e viceversa. Una sera prese coraggio e le chiese per quale motivo volesse diventare donna. A Cristina non andava di raccontare la sua storia e lui capì subito. Poi le prese le mani, facendole promettere di non arrabbiarsi e di mantenere il segreto, allora lei strizzò gli occhi incuriosita. Lui disse di conoscere bene i gemelli (Cristina e sua sorella), che era un collega di lavoro del padre (quello biologico) e che conosceva bene il suo quadro clinico. LO AVREBBE UCCISO DI BOTTE tanto era l’imbarazzo. Nacquero subito dei punti interrogativi ai quali lei avrebbe voluto avere delle risposte (come: “Perché cazzo vai in giro in 500?”, ecc ecc), ma l’attrazione per quel possente Bronzo di Riace offuscava la diciannovenne.

Calatosi la maschera (per le mutande dovrete aspettare!), Dhaddi cominciò a parlare di profilassi e malattie sessualmente trasmissibili (tipo gli episodi di malattie imbarazzanti), e lei con un pizzico di ingenuità confidò al dottore che aveva solo rapporti orali e con tanto di profilattico alla frutta. Lui sorrise, arrossì, ma i suoi occhi cominciarono a brillare (un clichè). Con molto imbarazzo le chiese il motivo e Cristina esclamò dicendogli che era lui l’unico uomo con cui si immaginava a fare roba. Dhaddi scoppiò in una grossa risata e le disse che ne era lusingato ma anche che era troppo vecchio per lei.

Le uscite si fecero sempre più galanti e romantiche tanto che Cristina ormai faceva una doccia ghiacciata ogni volta che rientrava. Dhaddi voleva essere il primo, ma temeva che lei potesse accettare per il bisogno di denaro, ignaro del suo giro ristretto di clienti facoltosi. Così palesò le sue perplessità (erano passati pochi mesi da quando lui l’aveva incontrata per la prima volta). Lei si offese perché era stata tanto delicata e buona con l’uomo, evitando di parlare di soldi e di guadagni, il problema era nella sua testa. Così chiarì che non usciva con lui per i suoi soldi ma perché amava stare in sua compagnia, e questo lo tranquillizzò un pochino.

Dhaddi cominciò a bazzicare nei posti che Cristina frequentava durante il giorno e capì ben presto che la giovane aveva tutti gli strumenti per provvedere a se stessa. In verità non si sa quanto questa presa di coscienza fece bene a Dhaddi, infatti cominciò a guardarla non più come una piccola fiammiferaia bisognosa di lui ma come un uomo guarda la sua donna.

Una sera di maggio i due ebbero la loro prima discussione, lei chiese a lui cosa volesse da lei, lui non rispose e rigirò la sua domanda, e lei prontamente rispose: “Quello che non voglio dagli altri”.

Dhaddi: “Cioè?”

Cristina: “Io voglio i tuoi baci, voglio le tue mani su e dentro di me, e non mi frega un cazzo se hai quasi quarantanni!”

In quel momento realizzò che era sì un Bronzo di Riace ma anche un po’ “polmone”.

Così le loro uscite cominciarono ad essere caldamente più intime, lui non era più un ragazzino, ma quella giovane ninfa sapeva come farlo ringiovanire (ora toccava a lui farsi le docce ghiacciate!).

Analizzando il tutto, la presenza di Dhaddi teneva ancorata Cristina alla realtà (una marchetta è una marchetta la vita reale è altro).

Lui si che sapeva utilizzare bene quelle mani, sapendo come dare “il giusto piacere”. Mentre lei scopriva la dualità del piacere reciproco, per la prima volta lei era libera dall’abito della squillo che la stava soffocando e dava finalmente respiro alla sua femminilità.

Dhaddi cominciò a trascorrere diverse notti a settimana a casa di Cristina, quando non era fuori per lavoro, era il primo uomo che entrava in casa sua, lui sempre discreto ed educato gli diceva di sentirsi libera e di dirgli di no, se aveva “impegni”. Quindi lei riuscì ad organizzare la sua agenda in base agli impegni del medico, in modo da non rifilargli un no.

Nella nuova organizzazione non tenne conto che il servizio di leva del suo amatissimo amico (Giuseppe) era agli sgoccioli e che da lì a poco se lo sarebbe trovato davanti.

E così fu. Una sera mentre rientrava intravide una sagoma che le sembrava familiare, ma non poteva essere per i capelli corti e l’andatura di un giovane uomo maturo. Così chinò il capo alzando il passo, temendo che potesse essere un male intenzionato. Giuseppe a stento riconobbe la sua bella, i capelli erano lunghissimi e di un biondo svedese, ancora più magra di come l’aveva lasciata, su tacchi vertiginosi e con un trucco da copertina. Anche lui era diverso, era diventato più muscoloso, con la schiena dritta e non aveva più i suoi adorati Dred. Caspita ora puzzava come un maschio, in quell’anno era diventata una vera esperta in materia! Giuseppe arrivò al dunque, voleva sapere da Cristina quanti uomini l’avevano posseduta…scese il silenzio, in quell’occasione fu lui a strizzare gli occhi (maledetto vizio). Cristina sapeva che non le avrebbe creduto e quindi rimase sul vago, tanto sapeva bene che il suo adoratissimo amico aveva donato il suo “Rocco” a destra e a manca. Ora cominciava il difficile, far coincidere i suoi appuntamenti e riuscire a gestire due uomini che lei amava in maniera diversa, ma che amava. Così ad agosto di quell’anno Cristina chiese a Giuseppe di accompagnarla in un viaggio di lavoro in Francia, così da fare una tappa parigina, stare insieme e raccontarsi quell’ultimo anno trascorso. I piani di Giuseppe erano altri: arrivare in dirittura di arrivo con l’amica che nel frattempo si era trasformata nella Samantha di Sex end City, non considerando che Cristina in quel momento aveva bisogno del suo amico asessuato, non di altro. Cosi litigarono e lui andò via. Dhaddi preoccupato la raggiunse e trascorsero un bellissimo fine settimana, le disse che si sarebbe fatto da parte se significava che sarebbe tornata a casa con Giuseppe, ma anche Pino era cambiato e l’idea di tornare a casa dalla sua famiglia le metteva ansia.

Quella sera lungo la Senna Dhaddi l’abbracciò, la prese per mano e le chiese se avesse voluto essere il bastone della sua vecchiaia (non puoi dire queste cose a una che il giorno dopo avrebbe compiuto vent’anni!). Gli disse che lo amava ma che non poteva assumersi un impegno così grande, tenendo conto anche della sua professione. Allora lui le fece promettere di cambiare vita e lasciare la prostituzione.

Il 17 settembre dello stesso anno Cristina lasciò la vita da squillo per ricominciare da capo nel nord barese.

Ciao mio carissimo amico di tastiera. Dopo essermi presa una settimana di ferie e aver staccato la spina da tutto quello che poco mi interessa rieccomi qui pronta per scriverti la terza e spero l’ultima parte della “LA STRONZA OMOFOBA LE ORIGINI”.

Nel capitolo precedente la scrittrice ha omesso di scrivere che all’epoca dei fatti Cristina frequentava anche un’altra persona, un giovane di solo cinque anni più grande di lei. La loro relazione non era basata né sul sesso e né sul denaro ma solo su stima reciproca. Il giovane uomo aveva un cuore d’oro, ma anche una mentalità molto chiusa, non poche volte Cristina lo aveva invitato a prenderselo nel culo durante le loro chiacchierate. In diverse occasioni il ragazzo le chiese di trasferirsi nel milanese e di lasciare la fatidica professione, ma lei non se la sentiva di lasciare l’amata città per seguire i capricci di uno sconosciuto.

Il giovane utilizzò le sue conoscenze per aiutare Cristina a crearsi una vita che non avesse più a che fare né con la strada né con la prostituzione. E fu così che la Stronza Omofoba lasciò Taranto il 17 settembre del 1999 per recarsi in una casa di accoglienza del nord barese. A lei serviva un luogo nuovo dove ricominciare nonostante fosse follemente innamorata della sua bella città. Naturalmente non ci arrivò da sola, quel suo gentile amico aveva fatto qualche telefonata.

Quel giorno era molto spaventata, avrebbe lasciato tutto quello che conosceva compreso la sua indipendenza economica. Fu accolta in maniera molto amichevole, le fecero visitare la struttura e la sua stanza. Avrebbe avuto una stanza solo per lei in modo che potesse proteggere la sua privacy in quanto accolta presso una struttura religiosa.

La prima sera non la scorderà mai. Per cena c’erano solo un uovo sodo con contorno di zucca. Allora corse in camera e scoppiò in lacrime perché in quel lungo anno non si era fatta mai mancare niente soprattutto per quello che riguardava il cibo, abituata a cenare quasi ogni sera con gli amici in pub alla moda. Lei era la regina della movida tarantina.

Era rimasta sola in una casa di estranei con lo spettro del giudizio, non sentiva più Youssef che preso dalla rabbia, dalla gelosia e dal disgusto aveva deciso di troncare ogni rapporto con Cristina. Anche Dhaddi da lì a poco si sarebbe allontanato per permettere alla ragazza di ricominciare da capo, naturalmente senza  coinvolgerla nella decisione.

In pratica tutti proseguivano con la loro vita, mentre lei era intrappolata in una realtà alternativa. In realtà non fu così terrificante: stretta tra i giochi di potere della madre superiore e il parroco a capo della fondazione che gestiva la suddetta casa di accoglienza, ben presto fu amata da tutti, dalle suore, dagli ospiti e in parte anche dalla stessa superiora. Aiutava le suore nelle loro commissioni giornaliere.

La mattina, finite le sue faccende come il riordino della stanza e il proprio turno delle pulizie, correva da Suor Rosalia, la più anziana, e la accompagnava al mercato con la macchina. Lì compravano e raccoglievano donazioni alimentari che servivano per la mensa dei poveri che si trovava all’interno del complesso religioso.

Poi aiutava Suor Gabriella, la suora infermiera che gestiva l’ambulatorio e le visite infermieristiche all’esterno, e ancora suor Rosalia con la distribuzione dei pasti ai poveri anziani del paese. Suor Marta la chiamava Abadessa: “Abadessa vieni a mangiare sennò si fredda!”. Lei era contenta perché faceva parte di qualcosa e perché si sentiva apprezzata e voluta bene.

Era in attesa di cambiare città, sarebbe dovuta entrare in una struttura del nord Italia ma quell’occasione sfumò e non seppe mai il perché.

Il parroco trovò un’altra casa di accoglienza che secondo lui sarebbe stata in grado di sostenerla meglio nell’inserimento. Finì inconsapevolmente in una struttura per prostituite a San Vito Dei Normanni in provincia di Brindisi.

Aveva perso così le nuove relazioni affettive faticosamente costruite con le operatrici e le suore che erano diventate la sua nuova famiglia.

Come un pacco pesante che nessuno vuole, Cristina giunse in quella nuova casa, un villino desolato in fase di allestimento e di accoglienza di nuove ospiti, nelle campagne del brindisino.

I problemi non si fecero attendere. Il presidente della Cooperativa accusava il parroco di averla scaricata lì lavandosene le mani. Come era possibile? Che senso aveva avuto tenerla più di un anno per poi scrollarsela di dosso? Qualcosa non quadrava.

La casa di accoglienza per prostituite in un anno aveva cambiato diverse volte tipologia di utenza: prostituite, donne vittime di maltrattamenti, madri e minori. Dovete sapere che nel sociale ci sono bandi di concorso e progetti e che Cristina, registrata all’anagrafe come maschio, non rientrava in nessuna delle categorie sopra citate, motivo per cui un investimento economico sarebbe stato a perdere. Brutto da dire ma era ed è la pura verità!

La carità e il “sociale” l’avevano trasformata da prostituta di lusso a persona senza dimora a tutti gli effetti. La casa di accoglienza rimase aperta ufficialmente per un anno, dopo le prostituite straniere furono trasferite in un’altra casa del barese, mentre a Cristina venne detto di trovarsi una nuova sistemazione e di lasciare il villino.

Lei aveva riposto tutte le sue speranze nelle mani di persone che l’avrebbero dovuta aiutare nel recuperare la sua vita, non rendendosi conto che era stata parcheggiata lì in attesa di sbarazzarsene.

Rimase in quel villino in attesa del giorno che l’avrebbero buttata per strada. Non sapeva dove andare: a San Vito Dei Normanni, un piccolissimo paese più piccolo della fantomatica Martina Franca, chi mai le avrebbe dato un lavoro?

Visse dal 2001 al 2003 in quel villino, mangiando vecchia pasta dell’aiuto CEE. I vicini le davano qualcosina per sopravvivere. Cucinava su una rudimentale piastra elettrica, per fortuna non le avevano tagliato la corrente! Nel frattempo aveva conosciuto Massimiliano, un amico di una ex ospite. Il giovane la andava a trovare quasi ogni sera, le portava le sigarette, ma non era chiaro il motivo di tanto sostegno, lui non le doveva nulla! Massimiliano si era sempre comportato da gentiluomo, avrebbe potuto approfittare dell’indigenza della ragazza…così non fu!

Si reinventò cartomante per poter guadagnare cinquemila-lire e comprare il minimo indispensabile. Abbandonata da tutti chiese aiuto a una sua vecchia conoscenza che cercò di ricollocarla in una nuova realtà (cooperative sociali), ma strane voci e pettegolezzi ormai giravano sul suo conto, come “È una parassita, si appoggia alle strutture e non ha voglia di lavorare”, tanto da non riuscire ad aiutarla. Il presidente della cooperativa riuscì a ingannare la conoscente di Cristina, una sua vecchia insegnante di educazione fisica alle scuole medie, tanto che la stessa Cristina cominciò a metterla in discussione fino ad allontanare quella amica che invece durante quegli anni le era stata vicina. Lui aveva raccontato all’insegnante e messo in giro storie false su soldi che erano stati dati a Cristina per potersi spostare e fare dei colloqui con l’ARCI di Bari.

Le amiche Anna e Isa, le operatrici/volontarie della struttura religiosa, andarono diverse volte in suo soccorso con pacchi di spesa e un po’ di soldi, così come fece anche la sua ex responsabile/amica Silvia. In fin dei conti non era proprio sola come credeva.

Il presidente della cooperativa decise di collocarla in una struttura per senza dimora di Bari, nell’agosto del 2003, forse aveva capito che da lì spontaneamente non se ne sarebbe andata. Così una nuova avventura/disavventura cominciò nel mondo “dei solidali con il sociale”.

Non credendo più a Babbo Natale e nei buoni propositi degli uomini, prese finalmente coscienza che non era simpatica al capo. Così si attivò e riuscì a incontrare l’assistente sociale del Comune di Bari referente per i senza dimora del territorio. Le due ebbero diversi colloqui e l’assistente sociale, capendo che Cristina da anni era sprovvista dei documenti di riconoscimento senza i quali non avrebbe potuto cambiare la sua condizione di indigente, indusse l’uomo a farle la residenza in struttura. Finalmente c’era stata una presa in carico.

Di lì a poco Cristina cominciò un corso formativo retribuito per persone indigenti come Operatore Cinofilo. Tutti ebbero modo di vedere l’impegno di Cristina e la sua motivazione. Incontrava gente che la riteneva un elemento valido, tanto da cominciare delle collaborazioni straordinarie presso il canile dove aveva fatto il tirocinio.

La cosa non sfuggì agli occhi dell’assistente sociale della struttura, la quale con il responsabile, “un’infernale algerino”, pose la questione al presidente che da lì a breve le offrì un incarico lavorativo.

Il 31 agosto del 2004 fu il suo primo giorno di lavoro come cuoca.

Da quel lontanissimo giorno sono trascorsi undici anni, durante i quali lei non ha mai perso di vista il suo obbiettivo. Nel frattempo è diventata un OSS (operatore socio sanitario), va avanti per la sua strada con le idee chiare, creare qualcosa di suo come questo blog, creare qualcosa dove non si viene visti e trattati come una patata bollente, un peso.

Alla fine Cristina ha riscattato il suo nome facendo ricredere coloro che l’hanno tanto denigrata. Il resto tutto sommato se leggete i post lo conoscete.

Il Signor Pino non conosce questa parte della mia vita, dato che i nostri rapporti si sono riconsolidati con l’aiuto di Facebook. Pino non entrare in paranoia non avresti potuto far nulla!

Rinascita.

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img_2280-editedCiao Bloggi mio fantastico e insostituibile amico virtuale.

Sono tante le novità che devo raccontarti, vediamo da dove iniziare.

Caro amico inizio con il raccontarti che ho partecipato ad un concorso fotografico in cui hanno scelto una mia foto per una mostra. Non ho vinto ma godiamo delle piccole gioie che quest’anno che sta finendo ci regala. Sono soddisfatta credo che tutto sommato la mia foto sia molto bella ed esprima a trecentosessanta gradi lo spirito della mostra che sarà itinerante.

Questo mi da l’opportunità di concentrarmi su i diversi progetti fotografici che ho in sospeso, mentre il “Signor Pino” gongola e se la ride, dicendomi che in maniera del tutto casuale ho reso orgogliosi i miei zii fotografi. Forse sarà vero non lo so, ma quello che so per certo che lui è sempre stato il mio più grande sostenitore almeno per quello che riguarda il mio occhio fotografico.

Nel frattempo mi sono appropriata di una parte importante di me, ho deciso di abbracciare quel ragazzetto buffo, sensibile e dalle sembianze femminili e portarlo sempre con me. Mi ci son voluti quasi 40 anni per capire che il problema non era lui e ho deciso di amarlo come non lo è stato mai. Ho lasciato ricrescere le sopracciglia quelle di un adolescente che ancora non sapeva cosa fosse un bacio. (ho sempre avuto belle sopracciglia anche se le persone hanno creduto il contrario)

Quindi;

-Ho ripreso a fotografare dopo più di vent’anni.

-Mi son fatta ricrescere le sopracciglia anche loro dopo vent’anni.

-Canticchio come BiancaNeve ai passeri della foresta incantata, e quando dico PASSERI mi riferisco a quelli veri, quindi risparmiatevi battute che un Signor Pino non abbia già fatto.

Manca una settimana a Natale lo stipendio è già finito infatti neanche il tempo di dire: uh! Mi hanno pagato, che non c’era più.

Caro amico che te lo dico a fare che sono felice come una Pasqua anche se lo stipendio è finito se non ho al mio fianco un uomo che mi ami e che mi renda felice.

Ti chiederai come mai io possa essere felice senza soldi e con una palla al piede, ebbene si mio caro, oggi quella che ti scrive è la stessa dell’ultima volta, la stessa che vede il mondo con cinismo e ironia, con l’unica differenza che ora è ufficialmente femmina.

Ora devo riappropriarmi della mia sessualità e farmi una rigogliosa scopata.

Ciao Bloggi a presto E felice feste a tutti.

 

 

Come in un remake di Priscilla la Regina del Deserto.

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Ciao Bloggi oggi sono un po’ turbata, non so il perché o meglio non del tutto. Dai mie racconti ho spiegato che la mia adolescenza non è stata la classica maschile e mascolina e che il mio corpo è incominciato a cambiare proprio in quegli anni. Questa mattina si sono presentate dove lavoro due transgender che abitano alle spalle di casa. Naturalmente ho dovuto bacchettare i colleghi maschi con le loro forme culturali poco felici. Appena sono ritornate sono uscita a fumare una sigaretta. Non nascondo che in diverse occasioni o sempre mi sono sentita fortemente a disagio in loro presenza, no! Perché transessuali ma solo perché fanno parte di quelle che devono attirare l’attenzione dei maschi e non, in ogni modo possibile e immaginabile. Sono sempre stata riservata e con l’età lo sono diventata di più. Non ho mai bramato l’attenzione erotica dei maschi, le loro perversioni e i loro sguardi e negli anni sono diventata brava nel passare inosservata, evito tutto quello che sia vistoso, vado in giro in tuta da ginnastica, non eccedo nel trucco e cammino a testa bassa. Nonostante ciò capita ancora, anche se di rado di essere offesa o molestata. Il mio mantra, quello che mi ripeto ogni mattina è “per le persone sei un fenomeno da circo, l’oggetto del desiderio, il peccato”.

Subito le due sono uscite fuori e una delle due a sue parole mi ha accusato di essere incostante e di non salutarle sempre. Non è assolutamente vero, ma probabilmente come in un remake di Priscilla la regina del deserto vorrebbero che le accogliessi con una canzone cantata in playback. Io ho spiegato che essendo a lavoro non amo intrattenere conversazioni, che tra l’altro è cosi. Andando via, lei ha sottolineato che era una persona  estremamente educata.

Mi sento in colpa o meglio colpevole, mentre il mio istinto di sopravvivenza mi ripete il contrario, non so se si sono sentite giudicate o snobbate ma non voglio sentirmi in colpa perché voglio mantenere la mia privacy e tenermi distanti da ogni forma pettegolezzo e dai malintenzionati.

Sono qui a scrivere turbata e arrabbiata con il mio Super-io che mi rimprovera sul fatto che probabilmente dovrei essere una persona migliore.

La mia parte razionale invece mi ricorda che sono sempre stata rispettosa del disagio degli altri nei miei confronti e poi sono più di vent’anni che combatto contro lo stereotipo del puttanone che va in giro seminudo in quanto trans. Le prostitute o le pornostar le cisgender, non credo vestano con gli stessi abiti del lavoro.

Allora io che non mi intrattengo a conversare con loro e sentirmi dire che probabilmente non sono una bella persona va bene, ma di sicuro non andrebbe bene se io dicessi loro che il loro abbigliamento il loro modo di fare poco signorile e elegante mi mette a disagio.

Quindi sono a tutti gli effetti LaStronzaOmofoba.

Le mie vacanze pugliesi

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Ciao Bloggi mio caro amico e contenitore delle mie frustrazioni. Manco da parecchio, ma ero troppo stanca all’idea di scrivere un mio monologo sulle ingiustizie della via.

E’ ufficiale sono in ferie e dopo un paio di mesi di incessante lavoro tra la cucina, gli impegni familiari e i progetti fotografici ora mi fermo un po’ per riordinare le idee. Mi prenderò un paio di giorni per riposarmi e recuperare le energie, fare il punto della situazione e ributtarmi a capofitto nei miei progetti fotografici.

Naturalmente avrei preferito andarmene in ferie con qualche soldino in più ma di devo adeguare e non lamentarmi, quindi niente vacanze ma solo tanto riposo e giri per Bari alla ricerca di posti suggestivi per poter proseguire con il lavoro che ho in mente e che non svelerò per scaramanzia, diciamo così.

In questi due mesi di assenza ho conosciuto nuove persone, anzi azzarderei belle persone, naturalmente non mi riferisco all’aspetto ma all’animo. Sono stata al Gay Pride che si è tenuto a Taranto naturalmente non potevo mancare. Respirare l’ara magica della mia città mi ha emozionata come una bimba che scarta i regali la mattina di Natale.

Dall’inizio di questo articolo mi sono regalata altri giorni di relax sono stata in giro per la città sperando di catturare posti magici e caratteristici. Naturalmente non da sola. Odio profondamente andare in giro da sola a scattare foto. Mi sono concentrata e ho realizzato che in realtà questo disagio e causato dal Signor Zucchino (Yousef) già proprio così. Ho fatto introspezione e mente locale non c’è mai stata una volta che non ci fosse lui con me quando girovagavamo per le campagne della Murgia o nei paesini della Puglia.

Fatto sta che questo lavoro fotografico va fatto anche se costretta a montare una reflex su cavalletto e piazzarmi per strada.

In questi giorni aprire la home Facebook mi crea malessere. Imbecilli di ogni età, estrazione culturale e politica con “catene di S Antonio” pro terremotati contro immigrati, insomma come tanti piccoli Bruni Vespa della disperazione. Si Bloggi in questi giorni c’è stato anzi c’è ne sono stati diversi terremoti che hanno messo in ginocchio il centro Italia alcuni paesini totalmente rasi al suolo. L’italiano medio su Facebook a commentare ogni minima idiozia che gli passava per la testa.

Le mie due settimane di ferie sono quasi finite, è a parte le uscite fotografiche ho trascorso quasi tutto il tempo a dormire e il vagare per casa con un asciugamani in dosso come una nudista in pensione.

Il Signor Pino questa estate ha deciso di trascorrere le sue vacanze non in Puglia, lasciandomi sola come in una canzone di Celentano senza oleandri e baobab ma con mosche, zanzare, umidità e buzzurri.

Signor ZùZù, non me la sono legata al dito ma di più, ti consiglio di andare in giro con un sospensorio rinforzato perché andrai in giro urtando le palle ovunque.

Caro Bloggi concludo con il voler salutare tutte le meravigliose persone che hanno posato per me che credono in quello che sto facendo. Grazie.

Giovedì 2 giugno.

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Ciao caro Bloggi non sono morta. In realtà fino a poco fa non avevo nulla da raccontarti, quando poi ho iniziato ad avere degli spunti la tastiera del portatile ha incominciato a fare i capricci fino a ieri che mi sono munita di mini tastiera con uscita usb.

Ho trascorso un intero mese in totale relax, la mia “dolce” e irritante metà se ne andata un mese in Svezia da un suo intimissimo amico. Talmente intimo che quando ceniamo loro sono al telefono che si inviano divertentissime registrazioni vocali. Vorrei spaccargli un piatto in testa, prendere quel fottuto smartphone e infilarglielo nel culo. Non ti nascondo che sospetto da tempo che i due amici in realtà siano innamorati, anzi amanti. No! Non sono dispiaciuta anzi non me ne frega un cazzo, non mi sento una cornuta, non mi sento tradita e bla bla bla. Voglio essere lasciata in pace soprattutto quando sono a casa. Cosa bisogna fare per riappropriarsi di un po’ di normalità?

Caro Bloggi ho le idee ben chiare, forse è lui che dovrebbe chiarirsele. Capisco che è molto facile tornare in un porto sicuro, ma è anche vero che la sua sola presenza mi urta, il suo essere diventato irrispettoso delle comuni regole di convivenza mi manda il cervello in tilt. E come un dejavu: il mio istinto di conservazione vorrebbe afferrare i bassotti e fuggire lontano. Dopo anni trascorsi a caricarmi di responsabilità vorrei un periodo sabbatico all’insegna del brio e del buonumore, o semplicemente devo incominciare a drogarmi.

Tutto questo non ha che fare con il mio sentirmi fuori posto, anzi devo imparare a convivere con il fatto che molto probabilmente rimarrò sola, sola in una città che mi odia e che io ricambio. In una città… In questa città dove gli insulti e parolacce sono create per umiliare l’essere femmina e donna, con donne che si tramutano in osceni maschi per non soccombere alla misoginia e al sessismo. Insomma uno schifo.

Bloggi cambiamo argomento, ho trascorso questo mese dedicandomi alla creazione di qualche scatto Hot. Avendo la assoluta consapevolezza che i baresi sono brutti dentro e fuori, ho aspettato che il signor Zuzù (Pino) scendesse. Da grande galantuomo ha posato per qualche scatto come mamma l’ha fatto… Insomma un bel vedere. E io la da brava moralista a censurarmi e a chiudermi in compartimenti stagni. Quando l’unica cosa logica e sensata sarebbe stata quella di salire in groppa a quella grossa salsiccia e perdermi negli istinti ancestrali del mio io più profondo. In effetti quella che si è sentita quasi tutto il tempo un po’ a disagio sono stata io, sia mentre scattavo sia mentre a mia volta ho posato. Il signor Pino è come un ginecologo quando si lavora si lavora anche se qualche gonfiore l’ho intravisto. Menomale ci sei tu! Buzzurro al punto giusto nella mia vita che mi fai sorridere, emozionare e alcune volte arrapare. Ma l’ultima non raccontiamola in giro.

Concludo col ricordare che settanta anni fa le donne votavano per la prima volta, non mi sconvolgerebbe sapere che donne baresi declinarono l’invito perché troppo indaffarate nella preparazione del pasto della domenica.

Passo e chiudo.

Happy Birthday

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Ciao Mio carissimo, siamo arrivati a Pasqua, già quest’anno è arrivata prima. Ma per me non sarà Pasqua, ma solo il compleanno della Regigia (Guinea la mia bassottina) che compie 2 anni.

Premetto che non voglio parlare di persone, forse è anche per questo che è tanto che non scrivo.

Ho finalmente realizzato che qualcosa in me non funziona:”le persone mi annoiano”! Brutta cosa da dire ma è la verità. Sarà colpa della mia natura ambivalente, essere tutto e allo stesso tempo il contrario di se stesso e non mi riferisco ai bastia contrario loro dicono cose e fanno l’opposto o viceversa.

Io mi riferisco e qui ti porto un esempio; mi piacciono le persone e l’energia che sprigionano, mi piace chiacchierare e scherzare, ma arrivo a un punto in cui quelle stesse persone mi recano noia.

Nella vita o meglio, in quella nuova ho deciso di mantenere un basso profilo, forse come forma di difesa o forse solo per pigrizia perché stanca di dare o dimostrare agli altri. Infatti quasi nessuno sa che sono una creatrice di moda, una truccatrice, che adoro l’arte.

Pino questa la rivolgo a te! Qualcuno mi ha detto la scorsa settimana: perché non fai un corso di fotografia?

Puoi immaginare la mia reazione…Sono una stilista e non parlo di moda, so truccare ma non parlo di make up, sono una ex squillo e non parlo di pompini. So cambiare le gomme di un’auto, so dipingere, so giocare a calcio e so impostare una reflex professionale, che essa sia analogica o digitale ad occhi chiusi. Colpa della mia curiosità e della sete di sapere, so fare tantissime cose so tantissime cose, ma le apprendo esclusivamente perché in quel momento a me va.

Io mi sono ritagliata il ruolo di Cristina la cuoca, per non avere rotture di palle dalla gente e ne sono contenta, solo qualcuno intuisce che dietro al ruolo della cuochina c’è ben altro, ma si lascia distrarre da altro.

E quando qualcuno mi dice: perché non fai un corso di fotografia io intimamente sorrido e ripenso al corso di fotografia più bello che ho mai fatto, quello con te. Ne eri talmente ossessionato che non facevi che parlarne e mi assillavi di continuo.

In questa miserabile vita se c’è qualcuno che sa far le domande giuste nel momento giusto sei tu, in compenso ti ho insegnato come vestirti senza sembrare un burino di campagna e come farti le sopracciglia senza sembrare una frociona.

Concludo questo monologo dicendo: Sono poche che cose che non so fare e quando non mostro nessun interesse, è li che dovete intuire che le so fare meglio d voi.

Concludo nel fare gli auguri di compleanno ad uno dei pochi esseri che non mi annoiano mai la mia Guinea .

Auguri mamma ti ama.

P.S. Se ho deciso di riprendere in mano una macchina fotografica e solo perché ho visto scimmie fare foto migliori delle vostre.